appunti di viaggio in messico

 
questo articolo è il resoconto del nostro viaggio in Messico, con particolare riguardo al nostro incontro con gli zapatisti e la nostra partecipazione alle riunioni sulla sesta dichiarazione che si sono tenute agli inizi di settembre ad Havier Hernandez e alla Garrucha

APPUNTI DI VIAGGIO DAL MESSICO Terra molto visitata dai turisti per la bianca spiaggia del Caribe e le palme ad ombreggiarla, terra di selve incontaminate, di foresta vergine, di rii cristallini, di giungle recondite; di aves a dominarne i cieli e di monos ad urlare ed esibirsi in acrobazie; dal glorioso passato maya di astronomi, matematici e profondi conoscitori della natura, predecessori di curanderos e sciamani. Tutto questo è Messico. Messico, Sud America. Un continente che negli ultimi cinquecento anni è stato oggetto di sfruttamento, tanto delle risorse che delle sue genti. Storia d’indigeni che lottano per la loro terra su cui non hanno un diritto reale, costretti a partecipare, sottopagati, al grande gioco del mercato globale, che li ha visti finora perdenti nella partita contro i colossi delle multinazionali, partita in cui il governo che dovrebbe garantire i loro diritti spesso bara e lo fa a scapito di molte vite. La storia ci narra di pochi governi che hanno realmente difeso i diritti dei discendenti dei maya. Le poche volte che questo è successo per le strade è sempre corso molto sangue, come in Cile quando Alliende fu assassinato e prese il potere Pinochet o come quando si voleva finalmente attuare la riforma agraria in Guatemala e ne è scoppiata una decennale guerra civile. Il Messico nei primi anni del novecento ha conosciuto Emiliano Zapata e Pancho Villa e molti campesinos1 hanno speso la vita per riprendersi una terra, loro per discendenza. Il motore delle lotte dei campesinos del sud america è lo stesso che ha mosso tutte le rivoluzioni della storia: l’esigenza di veder rispettati i propri diritti, contro governi, a volte democraticamente eletti, che fanno il gioco delle multinazionali a scapito della libertà dei suoi cittadini, andando, spesso, anche contro le leggi che caratterizzano il libero mercato. In Chiapas ad esempio i coyotes, ovvero i compratori all’ingrosso, pagano solo sei pesos al chilo il caffè che se fosse venduto all’equo e solidale ne varrebbe ventiquattro. Il Chiapas produce il 55% dell’energia elettrica rispetto al totale messicano, ma il 33% della sua popolazione non ne può usufruire; nello Yucatan i condizionatori dei negozi funzionano giorno e notte a porte spalancate, per assurdo qui l’energia elettrica costa meno che in Chiapas; qui alberghi sfarzosi e scintillanti locali notturni fanno da cornice ad un turismo di massa desideroso solo di conoscere le spiagge caraibiche, con più confort di quelli che avrebbe in casa propria. Anche questa è una delle tante contraddizioni del Messico: così ricco e così povero; così straripante di grandi alberghi, così povero di strutture sanitarie; “così vicino all’America, così lontano da Dio.”2Tutto questo è Messico. Quella che qui di seguito verrà tratteggiata è stata la nostra, seppur troppo breve, esperienza in questa terra da sogno, molte delle notizie riportate ci sono state narrate da chi in prima persona vive le situazioni descritte, ci sono le nostre impressioni, quello che abbiamo visto e a volte quello che i nostri cuori ci hanno chiesto di sentire. 1 Contadini. 2 Eduardo Galeano: “Le vene aperte dell’America Latina” pag. 143. In principio incantati dalla purezza del mare cristallino e dall’impalpabile spiaggia bianca della costa caraibica, dall’emozione di nuotare con i tiburones ballena, squali balena; poi dalle maestosità delle rovine Maya di Chichen Itza, Monte Alban e Palenque. Il primo contatto con la selva ci ha fatto immergere nella maestosità della naturaleza, di una realtà che finora ci era stata regalata solo da film o descrizioni da libri: qui verdi palme crescono rigogliose su vetusti alberi di proporzioni ciclopiche, fiori e foglie grandi come me. La nostra voglia di avventura ci ha portati prima a Bonampak, lì ci sono gli unici resti Maya ancora colorati, ma negli anni, a causa degli scarsi fondi stanziati dal governo, si stanno degradando, e poi a Yaxicilan, lì per noi avventurieri e piccoli Indiana Jones3 è quasi il massimo. Il sito si raggiunge percorrendo, su piccole ed instabili lanche il rio Usumacinta, che fa da confine fra il Chiapas e il Guatemala: attorno a noi si manifesta una selva incontaminata e brulicante di scimmie urlatrici, rapidi colibrì e monos aragna4; lungo il fiume abbiamo avuto la fortuna di vedere dei piccoli coccodrilli, una mamma mono ha allatato il figlio davanti a noi, tantissime giocavano e si rincorrevano saltando da un ramo all’altro, una, per salutarci, ci ha quasi pisciato in testa. Ne l pomeriggio, tornati alla nostra cabana5 a Lacanja ci siamo tuffati nelle acque azzurre di un pequeno rio6 in mezzo alla selva. Per finire la giornata con dei ragazzi messicani conosciuti nelle cabanas del Martin siamo giunti dal curandero del pueblo che ci ha parlato di natura e medicina con le piante. Quello che si riesce a respirare standogli seduti di fronte è il suo forte legame con la terra; non siamo riusciti a seguire tutto il suo discorso, ma la comune sensazione é il senso di tranquillità che dava la sua voce e, come primo reale contatto con gli indigeni per me questo valeva quanto le sue parole. Ma le esperienze mistiche non finiscono qui. A San Juan Chamula fa freddo: gruppi di bambini scalzi chiedono un peso, donne all’apparenza molto sporche vendono lana di pecora, la stessa con cui sono vestite loro e la maggior parte delle persone; ti propongono spezie, frutta e altre povere mercanzie, ma ci trovi anche il made in China. La parte più toccante è l’aver assistito nell’interno della chiesa a un battesimo cattolico, che si svolgeva contemporaneamente a riti sciamanici contro le malattie più svariate, tra cui il malocchio. Nel mezzo della navata principale sono seduti tanti piccoli gruppi, nei più numerosi è presente l’intera famiglia, accendono candele in proporzione all’entità dei problemi da risolvere. Gli unici che parlano sono gli sciamani e le sciamane, che si esprimono con delle litanie. Una donna anziana ha passato una gallina sopra un bambino, in braccio alla madre e dopo averla chiusa in sacco le ha rotto il collo; la guida ha spiegato che lo fanno perché l’anima del sacrificato sostituisca quella del malato che può aver perso il suo animale interiore. Questa forma di malattia è frequente e può capitare anche inciampando o starnutendo. Vedere davanti ai propri occhi lo sciamano che ammazza la gallina in chiesa con uno sfondo di candele, un letto di aghi di pino sul pavimento e persone in silenzio dietro gli sciamani è un’esperienza da pelle d’oca. Un fatto molto singolare è che tutta la famiglia, bambini e neonati 3 Tutto questo si fa accuditi da esperte guide con il supporto di salvagente. Le lanche partono solo quando raggiungono un certo numero di persone, da qui l’inconveniente per cui molti rinunciano a visitare questo posto. 4 Scimmie ragno. 5 Abitazioni di legno 6 Ruscello. compresi, bevano il posh, una bevanda molto alcolica, per mettersi in contatto con gli spiriti e bevande gasate per ruttare, espellendo così i mali del corpo. E alla fine ci arriviamo. San Cristobal, la vibra positiva; per le sue strade gli indigeni vendono tessuti multicolori e fantasiosi oggetti d’artigianato, che conferiscono al luogo una buena onda che si propaga per le calles. Qui si può incontrare gente che viene da tutto il mondo, in vacanza con lo zaino in spalla o che ha deciso di passare qui un po’ della sua vita. Ma si possono incontrare anche ragazzi che partecipano a progetti internazionali di volontariato o che vendono per le strade i loro prodotti di artigianato. Qui noi siamo entrati in contatto con la viva voce degli zapatisti. Si perché fino a quel momento le notizie al riguardo erano sconfortanti. Ad Ocosingo, paesino sulle montagne vicino alle rovine di Toninà, la proprietaria di una tienda7 ci ha raccontato che lì, teatro nel 1994 dei primi scontri, gli zapatisti prima hanno confiscato le terre dei grandi proprietari per coltivarle loro, ma ora vivono di contributi del governo, lasciandole incolte, arrivando al punto di venderle per poi bersi il guadagno e ora stanno peggio di prima. Chiaramente gli ex latifondisti, di uno dei quali la signora è moglie, ora sono molto arrabbiati con loro. Sempre ad Ocosingo il taxista, che ci ha portato alle rovine ci ha detto che la situazione degli indigeni è perversa: le sovvenzioni statali in mais (transgenico) vengono vendute ai latifondisti sottocosto e, facendo così un facile guadagno a cui non erano abituati, gli indigeni si ubriacano tutto il giorno. Le notizie da noi avute fino a quel momento sono erronee e molto confuse, frutto in buona parte della mala informazione che soprattutto in Chiapas si diffonde a macchia d’olio, con il supporto dei mezzi di comunicazione di massa e dalle chiacchere diffamatorie messe in giro dai politici e funzionari dell’esercito. Per cominciare scopriamo che gli zapatisti non sono solo i campesinos, molti di loro lavorano per le strade, factotum sottopagati nella società, altri gestiscono posade e ristoranti, lottando come partigiani, come substrato d’appoggio di quello che non vuole essere un fine, ma solo un inizio. Passeggiando per le calles, noi ci si ferma a parlare con la gente, quando una simpatica, loquace e alquanto brillante nonna, ci racconta di come il governo paghi gli indigeni per torturare violentare, uccidere i loro fratelli, tra cui anche il padre della signora. Non tutti gli indigeni sono zapatisti e non tutti gli zapatisti sono indigeni. Ci racconta di come per seminare ulteriore zizzania, in un pueblito chiapaneco8 mentre l’esercito teneva lontano gli abitanti dalla chiesa, dei paramilitari coi volti coperti da passamontagna, all’interno, col machete aprivano i corpi di quarantacinque donne incinte e tagliavano la testa ai feti per eliminarne il seme; tutto avveniva con il benestare del governo e con l’aiuto dei media furono incolpati gli zapatisti. Il discorso prosegue in tono speranzoso, gli zapatisti sono ovunque anche nell’esercito e nessuno o quasi può sapere chi appoggi o meno la causa, essi hanno la loro rete informativa esattamente come ce l’ha il governo, che però è appoggiato dalla CIA e dall’F.B.I.. A testimonianza di questo fatto ci sono foto di camion dell’esercito messicano che percorrono le strade della selva con funzionari USA al seguito. Inoltre abbiamo saputo che ci sono carri armati sventolanti le bandiere di Messico, USA e Israele che intervengono militarmente nella selva, capita anche che la frontiera Corazal, vicino a Yaxichilan, venga chiusa non solo per le alluvioni, ma anche perché l’esercito deve compiere le sue “missioni”. Per noi viaggiatori indipendenti avere la possibilità di toccare con mano quelli che sono i lugares9 zapatisti non è stata poi una cosa così semplice a causa di tante piccole complicazioni; però che suerte10 conoscere le persone giuste….dopo un fallito tentativo all’Enlance Civil, incontriamo la signora che ci dà la dritta giusta e via partiamo per il caracol11 numero 2: Oventic. Sulla carettera che porta alla comunità, man mano che ci avviciniamo si fanno sempre più frequenti grandi murales che sulle facciate delle cabanas e delle tiendas inneggiano alle zapatismo. Arrivati all’entrata del caracol, laconico un cartello vieta l’uso di alcolici e sostanze stupefacenti. Veniamo accolti da due 7 Negozio. 8 Paesello de Chiapas. 9 Luoghi, zone. 10 Fortuna. 11 Letteralmente conchiglia. Per quanto riguarda i lugares zapatisti con caracul si indica il luogo dove ci sono le strutture pubbliche: scuole, tiendas, dove si riunisce la giunta del buon governo. persone coperte in viso da fazzoletti rossi e da una con il passamontagna. La prima impressione è di distacco dalla realtà e soggezione, seduti di fronte a loro, davanti alle semplici domande (come vi chiamate?, da dove venite?, professione?, motivo della visita?), ci sentiamo come ad un esame universitario; ma è presto fatta, siamo dentro. Per farci sapere la condizione in cui vivono ci raccontano che la situazione è ancora grave, i gruppi paramilitari “intervengono”sulla popolazione; le comunità difficilmente sono al 100% zapatiste :alla clinica ci racconteranno che anche nel pueblo lì vicino ci sono due famiglie non zapatiste, che però quando hanno bisogno di cure mediche si rivolgono a loro, che anche se con pochi mezzi le forniscono gratuitamente. Gli indigeni che si dissociano dall’ideologia, tendenzialmente votano il PRI, vivono porta a porta con gli altri, ma pagati dal partito a paraboliche e bagno in casa torturano e massacrano i loro vicini. Da altre fonti veniamo a sapere che Polò è cresciuta di 8000 abitanti in sei mesi, tutti provenienti dalle zone dove la violenza dei paramilitari si è fatta più truce. In un pueblito, sperduto tra le montagne, su una terra arida che dà pochi frutti si sono rifugiati indigeni zapatisti che adesso sono costretti a vivere con fagioli e mais razionati e sperano solo che i figli possano vedere un mondo migliore. Ma siamo dentro il caracol, la giunta del buon governo, due uomini e una donna, che mentre parlano con noi hanno sempre il viso coperto dal passamontagna, ci danno il permesso di girovagare e fare domande liberamente, di poter visitare la clinica, la scumujeres ola primaria e secondaria, las tiendas de artesania gestita dalle 1213 e la zapateria14. (foto al tramonto zapatosta). La scuola è libera e gratuita, se uno vuole studia e si specializza in ciò che più gli interessa. Vi sono circa 200 studenti provenienti da varie zone del Chiapas e chi viene da lontano può alloggiare negli appositi dormitori. Gli insegnanti sono quasi tutti chiapanechi, anche se ogni tanto si fermano volontari stranieri. Si può studiare anche fino a 24- 25 anni se si vuole e si riesce, per ora sono in pochi a farlo. Las mujeres si uniscono in cooperative di produzione e vendita diretta di prodotti artigianali: coperte vestiti, ma anche oggetti d’ambra e altre lavorazioni con pietre come collane, orecchini. Nel caracol conosciamo anche dei ragazzi norvegesi, stanno realizzando un murale, alcuni sono lì anche per un progetto di potabilizzazione delle acque, altri aiutano alla ricostruzione di una scuola; vi sono persone in qualità di osservatori internazionali. L’ospedale per ora funziona solo in parte, ma mentre si sta ultimando la sala operatoria, il “reparto” di medicina generale, una sola stanza e la farmacia lavorano già a pieno ritmo, al suo interno si fanno piccole operazioni chirurgiche e due camere sono ad uso dei degenti. Nella farmacia si possono trovare sia medicine naturali che industriali, per lasciare libera scelta sul come curarsi. Le pareti della clinica sono affrescate con “pubblicità progresso”, sull’utilizzo di anticoncezionali e sull’importanza dell’igiene personale. Pochi giorni prima del nostro arrivo l’associazione italiana YA BASTA ha consegnato al caracol due ambulanze dedicate Carlo Giuliani 12 Negozi di artigianato dove le donne delle comunità vendono oggetti auto prodotti. 13 Donne. 14 Magazzino dove si producono scarpe. e a Davide Cesare; i ragazzi della carovana ci hanno parlato della cerimonia per la consegna come di un evento molto toccante. Nel caracol giunge la fredda, freddissima notte e noi sprovveduti, senza sacco a pelo, ci troviamo a dover dormire sulle panche con indosso tutti i vestiti che abbiamo oltre alla calda vicinanza dei compagni di viaggio. Al risveglio, si fa per dire, desayuniamos15 con dei ragazzi e parliamo molto, soprattutto di caffè e di dialetto tzotzil. Più tardi ci accorgiamo che sono le stesse persone che il giorno prima ci avevano accolto, solo non più incappucciate, ormai la soggezione iniziale è lasciata alle spalle. Dobbiamo convenire che gli zapatisti sono proprio gente tranquilla e amabile. Tornati a San Cristobal, la nostra informatrice preferita ci dice che due giorni dopo ci sarebbe stata una riunione sulla Sesta Dichiarazione dalla Selva Lacandona e noi ci siamo immediatamente “fiondati” su internet per sapere dove andare. Si perché gli zapatisti per comunicare le informazioni al vasto pubblico usano internet, oltre all’antico sistema del passaparola; diffondono prima la data della riunione, ma con solo due giorni d’anticipo fanno sapere il luogo, in questo caso la parte più emozionante della notizia è che avrebbe partecipato anche Marcos. La sera stessa alle nove siamo ad Ocosingo e ci fermiamo a prendere le sigarette nella tienda della nostra ex latifondista, le siamo stati simpatici, subito ci fa un sacco di domande, alla più scottante, ovvero dove andiamo, rispondiamo alla laguna Miramar, seconda tappa del nostro viaggio reale e lei ci dice che possiamo andare tranquilli perché in quel pueblo non ci sono zapatisti. La mattina seguente dopo due ore di camionetta lungo una strada sterrata siamo i primi ad arrivare ad Havier Hernandez. Durante l’arco della giornata, a piccoli gruppi, arrivano persone di tutto il mondo, ma specialmente da ogni parte del Messico. Giungono persone di ogni estrazione sociale: campesinos, operai, studenti, artigiani, giornalisti, insegnanti, architetti, oltre ad alcuni volti a noi noti che ci accolgono come fratelli. Nel pomeriggio durante una discussione sulla politica messicana, un giornalista ci ha raccontato di come Obrador, candidato presidenziale per il 2006, sia poco di sinistra e di come il PRD (partito democratico) faccia i suoi sporchi affari nel D.F., come in tutto il Messico. La sera c’è una festa, sicuramente la più sobria dei nostri ultimi quindici anni, abbiamo ballato per ore con i bambini e gente di tutto il mondo, cenato a tamales16 de pollo y queso parlando con i nostri commensali di come la coca cola rubi l’acqua ai puebliti, suoi legittimi proprietari, vendendogliela poi a prezzo minore dell’acqua purificata. Finito il concerto, sotto un cielo stellato come pochi, stanchi ce ne andiamo a dormire, per la cronaca con sacco a pelo, entusiasti per la fortuna che abbiamo avuto ad esserci. La mattina ascoltiamo un cantautore che faceva pubblicità progresso all’uso dei profilattici, da denuncia a politici corrotti che sfruttano le loro ricche terre e le sue genti, che sottopaga gli operai e non garantisce loro il diritto alla salute e alla sicurezza del posto di lavoro. Ed ecco che tutto questo si trasforma in una grande assemblea, ci sediamo e dopo pochi minuti esplode un clamore, sono arrivati i comandantes; passamontagna in volto e mitra a tracolla, attraversano 15 Facciamo colazione. 16 Impasto di mais bollito con pollo e formaggio o verdure. la folla e prendono posto sotto il tendone. Prende la parola il sub e il suo discorso verte sul surplus di profitto che avvantaggia le multinazionali, con il benestare del governo e impoverisce ulteriormente i già poveri. Segue un’incitamento a ribellarsi in questa vita, a non subire aspettando un’esistenza migliore dopo la morte; nel suo discorso pone l’accento sul dolore che affligge alcune figure della società, in particolare il dolor de los campesinos y de las mujeres. Marcos terminato il discorso lascia la parola alla gente, che dopo una votazione per alzata di mano potrà esprimere la sua opinione senza limiti di tempo e con la forma espressiva che preferisce. I temi più frequenti sono: diritto alla salute, all’istruzione, la necessità di avere un contratto di lavoro, di vedere aumentato il salario minimo, il rifiuto di vendere i beni archeologici (“no se vende la nuestra tierra y las nuestras raizes”) . Parlano las mujeres indigene, si sfogano della loro condizione di donne sfruttate sul posto di lavoro, pagate meno degli uomini, già comunque sottopagati rispetto ai ladinos e spesso maltrattate da mariti che non le rispettano, ma raccontano anche dei loro progetti, come per esempio l’organizzazione delle cooperative de artesanias, presenti nei caracol. Altre questioni su cui vertono molti interventi sono: - si chiede una ratifica, senza compromessi, degli accordi di Sant’Andres, inerenti la dignità e la parità dei diritti degli indigeni rispetto ai più ampli diritti dei ladinos. - No ai sussidi alle scuole private, proposti dal governo, tasse più basse all’università pubbliche, perché non sostenibili per la maggioranza delle persone. - Si parla della necessità di fare ricerca universitaria e non solo di formare tecnici in grado di fare manutenzione ai macchinari di tecnologia straniera. - Si dice inoltre no alla gestione e alla vendita dell’acqua (il cui costo triplica rispetto alla gestione pubblica). - Gli indigeni chiedono che gli antichi templi maya degli antenati possano essere ancora utilizzati per i loro riti e che l’accesso sia per essi gratuito. - Non mancano denunce al governo, alle multinazionali e allo stato d’Israele che complottano con gli USA per l’acquisto della Selva Lacandona sapendone bene i potenziali di ricchezza. - Parlano studenti universitari, raccontano la loro attività, la forma di lotta che adottano e i loro progetti - C’e chi racconta la sua storia d’immigrato in America. - C’è chi racconta la sua esperienza di docente universitario in una scuola che professa il libero pensiero, ma non lo persegue. - C’è chi ha proposte per migliorare la strategia di lotta, chi semplicemente augura buona fortuna all’EZLN. - C’è chi parla di medicina naturale, della bontà del pozol17 e del cacao, della scarsezza alimentare delle bibite gassate. - Si parla della necessità di riforestare le aree disboscate e di progetti di architettura equo sostenibile nel caracol della Realidad. - Si parla di una televisione zapatista. Un grave problema, come avevamo capito anche noi parlando con la signora ad Ocosingo, in Messico è la disinformazione, che il governo alimenta seminando menzogne per mezzo dei media, facendo apparire gli zapatisti come dei fannulloni che vivono dei contributi statali e di traffici di marijuana. Una tv, magari anche Tele Sur di Chaves in Venezuela, potrebbe cambiare di molto le cose. Il gruppo “hijos”, ricorda i cinquecento desaparecidos messicani e la necessità di denunciare e incarcerare i colpevoli di queste atrocità. Mentre la riunione è in corso Silvia, Marlene e altri ragazzi distribuiscono volantini per dire che votare l’uno o l’altro partito è lo stesso, nessuna delle bandiere tiene conto dei loro diritti, a proteggerli devono pensarci da soli. 17 Bibita dolce a base di mais. Ad un certo punto degli uomini brandenti il machete si fanno largo tra le panche al grido di “Zapata vive, la lucha sigue”, cantano canzoni ribelli tenendo il tempo con i macheti e con la chitarra. La riunione iniziata la mattina presto prosegue con una piccola pausa fino alle tre di notte, ma non tutti quelli che desideravano esporre la loro idea o quella del collettivo che rappresentano lo hanno fatto, la mattina dopo alle 8.30 si ricomincerà senza interruzioni fino alla fine. Alla partenza da Haver Hernandez siamo ancora emozionati, vedere Marcos e los comandantes, respirare l’euforia della gente che lotta e che crede nella resistenza, sono esperienze che lasciano il segno. Li abbiamo sentiti stanchi di subire e arrabbiati non con questo o con quel governo, ma con tutti: PAN, PRI, PRD, per loro sono solo sigle a cui corrisponde avidità e corruzione, nulla più. Ciò che ci ha colpito è che i campesinos sono consapevoli della loro condizione, credono e si impegnano per realizzare un “mondo” nuovo, stanno organizzando la loro società in modo diverso autonomo e giusto. La parola chiave di queste persone è auto sostentamento, non mera dipendenza dal denaro altrui; c’è stato chi durante la riunione ha domandato il perché della vendita di così grandi quantità di petrolio agli USA; la sua proposta è una gestione oculata delle risorse petrolifere ed una crescita interna dell’industria, uno sviluppo locale e non globale, in modo che il denaro resti in Messico e non arricchisca le tasche degli imprenditori statunitensi. Los trabajadores18 che appoggiano l’EZLN chiedono: una regolarizzazione del lavoro, un orario sindacale di otto ore, una diminuzione dei costi per i trasporti pubblici e altre garanzie per la salute e la sicurezza del posto. Parlando, ragioniamo sull’importanza di una tv zapatista, la gente, pensiamo, dovrebbe poter vedere con i suoi occhi che cosa vuol dire società orizzontale dove “il popolo comanda e il governo ubbidisce”, dove chi parla viene ascoltato, una società in cui una riunione come quella che abbiamo appena visto non sia un caso straordinario, ma dove le persone unite per lavoro, paese, stato sociale, apportino le loro idee per migliorare il sistema. Forse un mondo diverso è possibile, e se lo è, potrebbe iniziare proprio da qui, nella selva, in un luogo dove la natura vince, ma dove la gente da cinquecento anni perde quotidianamente; se il sistema capitalista è organizzato in modo verticale, la società che cercano di costruire gli zapatisti sarà orizzontale e collettivista, caratteristiche tipiche della cultura indigena. Arriva mezzogiorno e con lui giunge la camionetta che ci porterà a San Quintin; a malincuore salutiamo i nostri nuovi amici e abbandoniamo la riunione ancora in corso…ma suvvia, si parte per una nuova avventura: la laguna Miramar ci aspetta. Saliamo sulla camionetta, un residuato bellico senza posti a sedere, scoperto e con qualche problema di frizione; si sta in piedi tenendosi aggrappati ad una trave in legno che passa per tutta la lunghezza del mezzo. I nostri ventitre compagni di viaggio sono una famiglia che torna dalla città con un nuovo televisore, due presunte prostitute che si spostano da una base militare ad un’altra lungo la carettera, ce ne sono tantissime sparse per tutta la Selva Lacandona; e gente che dopo due settimane di lavoro a Playa del Carmen tornava borracha19 al pueblito natio. Parlo un po’ con uno di loro, mi presento e gli chiedo il nome. 18 I lavoratori. 19 Ubriaca. Mi risponde: - e perché me lo chiedi?- E io: - così per sapere-. Ci pensa un po’ su e mi risponde: -Sanchez-. Al che io ribatto: -ma non è un cognome?- E lui: -no è il mio nome-. Poi tutti nella camionetta lo chiamavano Pedro. Va beh viva la fiesta! Ma il personaggio più pittoresco dell’allegra carovana è un tipo borracho; nell’eccedere galoppante del suo tasso alcolico, tra cervezas e agua ardiente, la sua estasi bacchica ha visto passare tre fasi buckoskiane: 1- fase up: racconta storie sconce facendo il simpatico, dispensando buoni consigli agli amici e cantando. Il tutto contornato da ripetuti intercalari come: chinga tu madre, puto cono, verga. 2- Fase caga cazzi: perde dalla camionetta il berretto, salta giù rotolando rovinosamente tra la vegetazione a bordo strada. Rompe i coglioni quando, il pilota sostituisce per la seconda volta una gomma bucata e lui si mette a litigare con il copilota, sbronzo pure lui, sul fatto che ognuno riteneva di essere più borracho dell’altro e che l’altro aveva per prima mancato di rispetto….Che triste teatrino! 3- Fase down: si addormenta seduto su un lato della camionetta e, incapace di intendere e volere, viene ripetutamente schiaffeggiato dalle fronde degli alberi. Oscilla in modo vistoso e preoccupante…..speriamo non ci caschi addosso e che non vomiti sugli zaini proprio sotto di lui. Un altro ragazzo si accascia sulla sponda del furgone che salta continuamente per le costanti buche sul cammino. Durante il tragitto il paesaggio è stato abbellito dalle numerose lattine di birra che buttavano sulla strada. Il viaggio si conclude dopo un cambio di camionetta perché il ponte è crollato, chido20, ci sta in un avventura; però il controllore ubriaco che piscia ogni cinque minuti dalla camionetta in corsa, sbandando vistosamente e che giunti a destinazione orina proprio dove dobbiamo scendere; uhm, è una cosa che fa bestemmiare. Siamo nella comunità di San Quintin e chiediamo al pisciatore incallito come si raggiunge l’ejido21Emiliano Zapata. È notte fonda, non ci sono luci e le nostre torce decidono di abbandonarci; comunque c’incamminiamo e quasi giunti al pueblito, veniamo superati dalla camionetta….Il primo impatto con la popolazione della zona non è dei migliori. Non possiamo dire di aver conosciuto molta gente qui, però la persona con cui abbiamo avuto più a che fare è chiamato il “presidente”: responsabile, in carica annuale, delle cabanas e guida nella palude verso la laguna di Miramar; tale personaggio, c’è stato riferito, si recò dalla nostra vicina per fare le pulizie completamente borracho e dicendo frasi sconclusionate. La mattina partiamo muy temprano22con noi c’è la vicina neozelandese- ah ci ha anche detto di aver lavorato agli effetti speciali nei vari film di Peter Jackson- e il presidente, la nostra guida. Grazie a poche domande ben mirate egli ci spiga che la gente del pueblo ha trenta ettari di terra a famiglia, ma che solo il 10% viene coltivato con il mais che il governo elargisce agli indigeni dopo la loro rivolta avvenuta nel 1994. Siamo giunti al momento di una spiegazione: una parte degli indigeni ha appoggiato dal 1994 in poi la causa zapatista e tutt’ora continua non cedendo alle lusinghe del governo, l’altra, invece, formata da coloro che non hanno mai appoggiato la lotta o hanno smesso di farlo, oggi vive di sussidi, o per buona parte grazie a questi. In molti piccoli centri abitati, qui nella selva, come a San Quintin abbiamo visto quello che un mix di soldi facili e scarsa istruzione possono fare. Qui sono sorti ranch con maiali, la gente comincia ad avere il bagno in casa e la televisione a venticinque pollici, cose che nei caracol zapatisti ancora non si vedono (le latrine sono pubbliche e di televisione ce ne una in un comedor pubblico almeno ad Oventic). Quello che manca in questi pueblitos però è il sorriso sui volti della gente, il senso di tranquillità che ti dà l’essere a fianco di potenziali amici. Subito balza ai 20 Va bene… ci sta bene… 21 Appezzamenti di terra che gli abitanti di un pueblo si spartiscono. 22 Molto presto. nostri occhi il palese esempio di quello che ci hanno raccontato a San Cristobal: in tutto il Messico il PRI compra i voti regalando agevolazioni e semi di mais geneticamente modificato; qui, come in altri posti, la gente ne semina una minima parte, rivendendo il resto sotto costo e usando il facile guadagno per ubriacarsi. Una vecchia conoscenza latifondista ci aveva descritto una situazione opposta a quella che abbiamo potuto vedere. In generale, comunque, il problema dell’abuso di sostanze alcoliche in Messico è molto sentito; infatti las muyeres sono spesso vittime di molestie e violenze, anche il recarsi al fiume per lavarsi o pulire i panni può diventare un fattore di rischio. Sono anche frequenti casi violenze domestiche. Ma torniamo alla nostra esperienza a San Quintin. Nelle due sere che abbiamo trascorso lì, abbiamo cenato dal braccio destro del presidente, che ha un comedor economico, menu obbligato ma muy rico23. Morale della favola dopo l’ultima cena sosteneva che non gli avessimo mai pagato l’affitto, quando la mattina l’avevamo dato al suo socio e dopo una lunga discussione non ci resta che lasciare il pueblo con un po’ di fastidio. Schiaffeggiati dalle disavventure capitateci con la gente del posto decidiamo di far rotta per un altro caracol zapatista. La mattina alle sei la nebbia si dirada sulle verdi montagne che si aprono ad est, e all’albeggiare il cielo si tinteggia di un rosso violaceo che ci porta a domandarci se stiamo ancora sognando. Giungiamo così a La Realidad; lì si respira subito un’atmosfera molto più distesa rispetto ad Oventic anche perché le persone che ci accolgono non indossano il passamontagna. Il paesello sorge sulle sponde di un rio che lo attraversa in più punti, i prati sono stati tagliati da poco a colpi di machete, ninos e cani scorrazzano tranquillamente e in giro non ci sono tracce di basura.24 Le case sono in legno con i pavimenti in terra battuta, chiaramente non è il massimo dell’igiene, anche perché il pueblo è immerso nella selva dove vivono animali e insetti di tutte le taglie: nel pomeriggio dei ragazzi hanno ucciso un serpente corallo in mezzo al pueblo. Quello che gli indigeni tentano di fare (in troppi cercano di mettergli i bastoni tra le ruote) è migliorare, con i ristretti mezzi che hanno a disposizione le strutture esistenti nel pieno rispetto della natura circostante. A causa di una riunione della giunta del buon governo, passiamo la giornata con i bambini del caracol, in attesa di essere ricevuti. Giochiamo a carte, disegniamo e facciamo loro da cavalluccio nel prato, si divertono un sacco e noi con loro. Finalmente ci riceve la giunta e abbiamo l’occasione di parlare con loro. Veniamo a sapere che ogni persona lì è libera di fare l’agricoltore, l’artigiano, il calzolaio, o di trovarsi un’altra occupazione in comunità o singolarmente. Ciò che ogni membro della comunità deve fare è destinare una quota ai promotori scolastici e ai medici che, facendo un altro lavoro non possono né accudirsi gli animali né coltivarsi la terra; nel caso in cui non posseggano un loro campo famigliare gli vengono dati due sacchi di fagioli; se hanno mucche o più spesso maiali, viene dato loro da mangiare e se ci sarà necessità personale di denaro uno di questi potrà essere venduto. Il precettore scolastico dal canto suo dovrà sforzarsi di fare al meglio il suo lavoro per i bambini del caracol. Le famiglie di molte comunità si alzano alle quattro del mattino e i bambini già da piccoli aiutano i genitori nei campi o tagliando l’erba fuori casa col machete. Il compito dei precettori consiste anche nel convincere alcuni genitori che non si vive di solo lavoro, ma che è meglio per i loro figli se ricevono un’istruzione. A causa di queste difficoltà si sta pensando di introdurre un obbligo comune per tutti i caracol: quello scolastico. Attualmente ogni comunità decide come organizzarsi, cioè se avere una scuola interna al caracol o se far spostare i precettori per i vari puebliti. Anche la vendita e la gestione dei terreni comunitari sono ad arbitrio delle comunità. Ringraziamo la giunta per la disponibilità e andiamo a bagnarci nel rio, freddo ma sempre temprante, dopo ceniamo con i ragazzi di YA BASTA parlando di Messico, di politica, di zapatismo, d’Italia. Due di loro decidono di venire in Guatemala con noi, que chingon 25. 23 Molto saporito. 24 Immondizia. 25 Espressione volgare che in Messico si usa per dire più o meno che figata. Il viaggio di ritorno da La Realidad è una figata: prima sulla camionetta sale un maiale che caga dappertutto, poi rimaniamo bloccati da una frana (senza maiale per fortuna). Stanchissimi giungiamo per la terza volta a San Cristobal. Conosciamo “lo zio”, personaggio romagnolo alquanto singolare e con una cerveza26 sempre in mano che, tra una storia di coca cola e una sui viados, ci fa veramente sbudellare dalle risate. Il giorno della festa dell’indipendenza messicana ci siamo ubriacati di brutto e come direbbe lui “mummificati”. Vogliamo ricordare lo zio così: stampella, occhiale da sole con lenti estraibili, sorriso perenne e parlata gesticolante. Mitico. A San Cristobal, crocevia per noi viaggiatori, la buena onda ci fa sapere che la prima riunione plenaria in cui si daranno le linee guida della nuova lotta zapatista si terrà a La Garrucha, un caracol vicino ad Ocosingo. La strada ormai la conosciamo e si va. Arriviamo nel pomeriggio e la comunità ci sembra più grande delle altre, forse anche per il monton di gente presente: una marea di tende e dormitori tutti occupati. Nel caracol hanno internet, però devono prodursi l’energia elettrica con un generatore visto che, nonostante lungo la carettera passino i cavi dell’alta tensione, da loro non arriva; il governo ha ben pensato di togliergliela. All’inizio della riunione parlano las comantes sul ruolo e sui diritti delle donne, di seguito los comandantes rievocano l’inizio, lo sviluppo e alcuni aneddoti sull’EZLN dopo di che Marcos annuncia lo zapatour 2006: una settimana di riunioni in ogni Stato del Messico per conoscere le difficoltà e le necessità peculiari della gente e del suo territorio. Poi annuncia i punti cardine della riunione dell’indomani, quindi spara a zero su tutti i partiti ed a Obrador fa perfino il dito, in ripresa tv e in diretta su internet. Internet è stato fondamentale nella lotta zapatista, la sua efficacia e quasi gratuità hanno reso possibile una rete informativa che echeggia nelle case di noi occidentali. Probabilmente se il Chiapas non avesse avuto la visibilità che effettivamente ha, gli zapatisti sarebbero finiti come la maggior parte dei movimenti rivoluzionari sud americani, sedati nel sangue. L’esercito e i paramilitari avrebbero preso il sopravvento. Sì, perché gli zapatisti agli albori del movimento combattevano equipaggiati con le poche carabine che avevano in casa. Solo dal 1994 al ‘97 la lotta è stata armata. Il primo gennaio 1994 grazie all’occupazione di cinque municipi da parte dell’EZLN con uomini e donne armati per buona parte di fucili in legno dipinto, il mondo ha saputo cosa accadeva in quella piccola, ricca terra del Chiapas. E via! Osservatori internazionali, giornalisti, curiosi sono invitati e attratti da questo focolare diverso dagli altri, più consapevole dei suoi fini e dei mezzi da usare, il tutto dimostrato dalla deposizione delle armi, perché strumento di morte e non di conquista, nel 2005. Non vogliono essere dimenticati, hanno voglia di comunicare, di denunciare la loro condizione, hanno voglia che il mondo li conosca, ma non per le vicende sanguinose e per i delitti che comunque vengono periodicamente commessi da forze paramilitari, ma perché l’arma prescelta è la parola, l’inventiva dei giovani di tutto il mondo, la fantasia di chi ancora sogna e cerca di realizzare una realtà diversa. 26 Birra. Ora la parola di Marcos incanta ed esalta il pubblico, essa è un mix di ironia pungente, metafore eleganti e staffilate al cuore del sistema identificato dal mondo mercato: dai politici corrotti e dai grossi imprenditori senza scrupoli. Le sue lucide analisi socioeconomiche e le sue poesie ribelli riecheggiano nelle teste dei presenti. Dopo la riunione, serata di balli, musica dal vivo e que buena onda rincontrare le persone conosciute lungo il nostro viaggio. Stanchi ci si reca al nostro giaciglio. L’indomani prende la parola Marcos ed elenca i punti della discussione. Il meccanismo è questo: chi vuole parlare si deve mettere in lista e ogni uno avrà cinque minuti per dire la sua opinione o quella del collettivo che rappresenta. Di seguito il Sub legge le proposte emerse dagli interventi che vengono votati ad alzata di mano. Ovviamente essendo il fine della votazione il bene comune è logico che molte proposte vengono approvate all’unanimità. A questo punto internet e le svariate associazioni, diffondono i responsi dell’assemblea e, sempre attraverso internet, le persone interessate non presenti alla riunione potranno esprimere il voto su queste decisioni. Assistiamo in questi giorni a quello che ci sembra essere un esempio, purtroppo uno dei pochissimi, se non l’unico, di democrazia partecipativa diretta – IL POPOLO COMANDA, IL GOVERNO UBBIDISCE -. Se questo modello vincesse sarebbe un invito per tutti i poveri e gli sfruttati del sud America e forse del mondo, ad alzare la testa contro i soprusi, le menzogne di una classe politica e di un apparato statale endemicamente corrotti. Sarebbe un nuovo stimolo per i popoli, per pensare che il nostro non è il migliore dei mondi possibili, ma dopo il crollo del comunismo sembra l’unico modello di società realizzabile. La mancanza di un fondamento etico e di leggi salvaguardanti i diritti dei cittadini, porta specialmente nei paesi in via di sviluppo allo sfruttamento dei lavoratori che non hanno la possibilità di scegliere a chi vendere il proprio prodotto, mentre le grandi multinazionali possono approvvigionarsi in tutto il pianeta, facendo poi cartello sulla vendita dei loro prodotti, che diventano inaccessibili per la maggior parte delle genti nei paesi produttori. In un mondo in cui le leggi della domanda e dell’offerta fanno sorgere nuovi e sempre più svariati bisogni, dove il processo produttivo ha inizio, le persone, spesso non riescono neanche a soddisfare le necessità primarie. Gli zapatisti credono che sia il produttore, il venditore di manodopera a dover decidere il valore del suo lavoro non il compratore che raggirando leggi scritte e diritti inviolabili invece sfrutta per un suo tornaconto personale la ricchezza della terra e il lavoro altrui. Durante l’assemblea si decide di boicottare le multinazionali, soprattutto la coca cola che si trova in ogni angolo di questo pianeta, per ora anche nei caracol zapatisti. Ci lasciamo tutto questo alle spalle, il tempo a nostra disposizione, man mano che passano i giorni è sempre più tiranno, per tornare a San Cristobal troviamo un passaggio nel furgoncino di studentesse americane, venute qui a studiare, ad apprendere lo spagnolo e a fare la conoscenza degli zapatisti. Lenta, ma inesorabile si avvicina l’ora del nostro ritorno e l’agonia degli ultimi giorni è resa ancor più greve dall’impossibilità di spostarci. E ora siamo qui di nuovo sul caribe, ma in luoghi, per noi amanti della natura, meno felici: Playa Del Carmen, Cancun, Isla Mujeres; mete del turismo di massa. A Playa del Carmen sono stati edificati villaggi vacanze, molti dei quali sono frequentati da italiani che si concedono quindici giorni di mare cristallino; Cancun, su quella che trent’anni or sono era una selva e un villaggio di pescatori ora troneggiano 20 chilometri di alberghi. Davanti ai nostri occhi appare lo sviluppo in tutto il tuo splendore: megastore, grandissimi, immensi alberghi, ristoranti di lusso, macchine fuoriserie. I cartelli stradali sono in inglese, come ci trovassimo in suolo americano; anche i messicani si rivolgono a noi in inglese e rimangono stupiti nel sentirci parlare spagnolo. Lasciamo tutto questo alle spalle e ci trasferiamo alla Isla Mujeres, lì abbiamo fortuna e troviamo la posada Isabel che per una cifra accessibile ci dà alloggio. Un taxista ci racconta che i suoi figli dovranno partire per altri luoghi dove vivere. Non c’è più terra per costruire o da coltivare in tutta l’isola, qui i prezzi sono alti; solo gli americani e i politici locali possono permettersi di fare affari. Gli scarichi degli edifici circostanti le saline, le hanno inquinate e da quindici anni non sono più utilizzate. La cementificazione e l’industrializzazione hanno portato a conseguenze gravi. La Natura muore, solo che, chiusi nelle nostre abitazioni non ci accorgiamo del cambiamento climatico che sta modificando sostanzialmente il nostro pianeta. Percepiamo che le inondazioni si stanno facendo sempre più frequenti, ma il nostro stile di vita e la nostra abitudine a vedere disastri e sofferenze alla televisione ci impediscono di preoccuparci. Non vediamo il disboscamento delle foreste e non viviamo i sempre più frequenti uragani che si abbattono su buona parte del pianeta. Ma chi vive più a contatto con la Natura capisce che qualcosa è cambiato, ne intuisce le cause ma non può modificarle. Perché sono poveri e pedine di un gioco troppo grande. I contadini, in costante ricerca di terra si costruiscono, con l’aiuto economico dei grandi latifondisti, una casa nella selva. Devono essere rapidi, poiché per legge quando un campesino ha una casa e un campo da coltivare, non può essere allontanato e la proprietà del terreno diventa sua. Il problema è che non essendo stata introdotta la rotazione agraria, dopo un paio d’anni la terra diventa improduttiva e il campesino la venderà al latifondista paziente che ne farà pascoli. Aspettando due anni avrà per un tozzo di pane il diritto reale su una terra che non avrebbe mai potuto comprare. Questo speculatore, tra cui si annoverano ex generali e politici, in proprio o al soldo di multinazionali, Mac Donald’s in primis, è colui che guadagna palate di denaro approfittando della miseria e della disperazione del contadino. Il quale finito il ricavato della vendita, tornerà ad essere senza terra. Così il cerchio si chiude. Allo stesso modo Isla Mujeres che quindici anni fa era una spiaggia ombreggiata da palme, tinta di verde dai campi ora è un’unica colata di cemento: discoteche, grandi alberghi e negozi dai souvenir di scadente fattura dominano l’isola. Il protettorato statunitense, con l’aiuto della speculazione edilizia di politici corrotti ha dato il via al sogno americano e così quelli che avevano i soldi hanno incrementato il loro capitale, i più furbi se la cavano, altri si ingegnano e inventano lavori di tutti i tipi. Qualcuno, non pochi per ora, stentano, forse nessuno, o quasi muore di fame come in altri luoghi del Messico. Ma per quanto questo sarà ancora possibile? Quando le premesse sono la mancanza di terra e un’amministrazione che fa solo gli interessi di pochi…quali sono le premesse in un luogo dove la gente ha completamente abbandonato le sue radici culturali e pian piano il suo patrimonio genetico, quando le evoluzioni storiche porteranno tutto questo alla completa rovina? A me 20 chilometri di alberghi sembrano già un punto senza ritorno. E mentre con l’aereo decolliamo le luci della città ci danno l’ultimo saluto hasta luego Mexico y que viva Mexico cabrones! Tutto ciò che è contenuto in questo scritto è frutto di esperienze dirette e indirette. Tra le prime ricordiamo le riunioni sulla Sesta Dichiarazione, le visite alle comunità zapatiste e l’ejido Emiliano Zapata. Le testimonianze indirette invece sono nate dalle molte discussioni affrontate con la gente del posto. Il nostro lavoro non sarebbe stato possibile senza il loro fondamentale contributo di vita. Alla splendida popolazione del Messico è dedicato questo. Ci siamo sentiti in dovere di scrivere qualcosa sulla nostra esperienza affinché altre persone possano avvicinarsi ai problemi e alle contraddizioni di questa società che si arricchisce sulle spalle di molti poveri, in tutto il mondo. Certamente non pretendiamo di presentare la verità, poiché essa è molto complessa. Sicuramente abbiamo scritto ciò che per le persone da noi conosciute è la verità, la loro verità. Questo è molto, per loro e per noi. Qualcuno potrà essere critico nei confronti delle nostre impressioni, ma ciò che ci preme è offrire alcuni aspetti del Messico, terra che, se la si conosce oltre le mete turistiche, pare incomprensibile. Crediamo di aver carpito qualcosa alla gente del Messico e l’abbiamo scritto. Per noi quel qualcosa è molto.

e-mail:: sandroandreoli@virgilio.it

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